<<… Una sera il vecchio miliardario volle che cenassi con lui e la sua famiglia e mi invitò in uno dei famosi ristoranti di Wellington Street, quelli coi maialini di latte arrostiti appesi all’ingresso a sgrondare il grasso e, esposte sulla strada come fossero acquari, le vasche di vetro con dentro, vivi, i migliori pesci, gamberi e aragoste ad aspettare che un cliente, passando, dica: “Quello!” e la bestia venga pescata e cotta secondo l’ordinazione.
La molla a smettere fu quella. Poi, col passare del tempo, mi sono reso conto che, non considerandoli più come cibo, cominciavo a guardare gli animali diversamente da prima e a sentirli sempre di più come altri esseri viventi, in qualche modo parte della stessa vita che popola e fa il mondo. La sola vista di una bistecca ormai mi ripugna, l’odore di una che cuoce mi dà la nausea e l’idea che uno possa allevare delle bestie solo per assassinarle e mangiarsele mi ferisce.
Il modo perfettamente “razionale” in cui noi uomini alleviamo gli animali per ucciderli, tagliando la coda ai maiali perché quelli dietro non la mordano a quelli davanti, e il becco ai polli perché, impazzendo nella loro impossibilità di muoversi, non attacchino il vicino, è un ottimo esempio della barbarie della ragione.
Ma anche la verdura è vita ! mi sento dire dagli accaniti carnivori, sordi a ogni argomento, come se a cogliere un pomodoro si facesse soffrire la pianta come a strozzare un pollo, o come se si potesse ripiantare una coscia d’agnello nel modo in cui si ripianta il cavolo o l’insalata. Le verdure sono lì per essere mangiate. Gli animali no! Il cibo più naturale per l’uomo è quello prodotto dalla terra e dal sole.
Il miliardario non arrivava. Io guardavo i maialini e chiedevo, tra me e me, a chi li avrebbe mangiati: “Avete mai sentito le grida che vengono da un macello?” Bisognerebbe che ognuno le sentisse, quelle grida, prima di attaccare una bistecchina. In ogni cellula di quella carne c’è il terrore di quella violenza, il veleno di quella improvvisa paura dell’animale che muore. Mia nonna era, come tutti, carnivora, se poteva, ma ricordo che diceva di non mangiare mai la carne appena macellata. Bisognava aspettare. Perché? Forse i vecchi come lei sapevano del male che fa mettersi in pancia l’agonia altrui. Perché quella che chiamiamo eufemisticamente “carne” sono in verità pezzi di cadaveri di animali morti, morti ammazzati. Perché fare del proprio stomaco un cimitero?
Angela continua a mangiare carne, se le capita. Per me è impossibile. Ma non è più una questione di salute, di non ingurgitare il piombo dei giornali ruminati dalle vacche di strada. E’ un problema di morale. Ecco un piccolo, bel modo per fare qualcosa contro la violenza: decidere di non mangiare più altri esseri viventi…>>
Lo sviluppo dell'uomo avviene secondo due linee: sapere ed essere. Perché l'evoluzione si compia correttamente, le due linee devono procedere insieme, parallelamente l'una all'altra, sostenendosi a vicenda ...
G.I. Gurdjieff
La preghiera
Per pregare dobbiamo avere una grande comprensione. Quando vogliamo che Dio, Buddha o un bodhisattva facciano qualcosa per noi e creiamo per loro un programma da seguire, crediamo che ciò ci renderà felici. Potremmo pregare perché nessun essere vivente venga ucciso, nessun albero tagliato o perché nessun fiume possa essere inquinato, potremmo creare un programma per Dio da seguire punto per punto. Ma nel programma di Dio c'è anche la morte. Se gli insetti non morissero, potrebbero essere distrutti migliaia di ettari di grano. Alcuni esseri viventi ne mangiano altri e il risultato è una sorta di equilibrio. Abbiamo una visione profonda tale da creare un ambiente in cui ci sia equilibrio? Se non l'abbiamo, la nostra preghiera potrebbe essere superficiale. Noi preghiamo per noi stessi e per i nostri cari, ma se Dio esaudisse queste preghiere potrebbe causare disordine nel mondo. Le nostre preghiere devono sempre essere il frutto della comprensione e della visione profonda. Per sviluppare la visione profonda occorre praticare il respiro consapevole, che ci calma e riporta pace e serenità in noi.
Un medico americano ha detto che Dio è come un satellite di comunicazione. Noi inviamo a quel satellite desideri e aspirazioni che Dio trasforma in grazia e invia a coloro per i quali preghiamo. I buddhisti chiamano quel satellite coscienza collettiva (alaya vijnana). Ogni volta che c'è una trasformazione nella coscienza di un individuo, c'è anche una trasformazione nella coscienza collettiva, compresa la coscienza di coloro per cui preghiamo. In questo modo la nostra Mente è creatrice di coscienza collettiva. Ecco perché dobbiamo tornare ad essa e trasformarci. Quando lo facciamo, è più rapido di un satellite. Quando si invia una preghiera ad un satellite servono poche frazioni di secondo perché arrivi. Anche la luce impiega del tempo. Ma quando tocchiamo la nostra coscienza deposito e quindi la coscienza deposito collettiva, la parte di Dio che è in noi, tocchiamo Dio stesso, immediatamente. Questo satellite non è nello spazio; è dentro di noi. Finché pensiamo che noi e Dio siamo entità separate ci vuole tempo affinché la nostra preghiera raggiunga il satellite e affinché Dio la riceva e la mandi a coloro per cui abbiamo pregato. Nel cuore dell'insegnamento cristiano e buddhista troviamo che colui che prega e la persona per la quale si prega sono entrambe nello stesso satellite, che è in noi. La coscienza collettiva e quella individuale esistono simultaneamente. Quando siamo in contatto con la nostra coscienza, siamo già in contatto con quella collettiva. Toccando la coscienza collettiva, tocchiamo anche la coscienza individuale.
Dobbiamo imparare l'arte della preghiera perché questa abbia un significato profondo. Di solito quando ci troviamo in difficoltà ci rivolgiamo a Dio per chiedergli di aiutarci. Questo va bene, ma dobbiamo imparare in base a una visione più ampia. Il nostro scopo è quello di oltrepassare l'oceano della nascita e della morte senza paura. Chiedere a Dio di fare qualcosa per noi è troppo superficiale.
(da un articolo di Thich Nhat Hanh)
http://www.meditare.it/

EFFETTO MOZART
LA MUSICA COME ABILITA’ COGNITIVA
Sappiamo che la musica aiuta a strutturare il pensiero e il lavoro delle persone nell’apprendimento delle abilità linguistiche, matematiche e spaziali; soprattutto l’intelligenza musicale influisce sullo sviluppo emotivo, spirituale e culturale più di altre intelligenze. Meno risaputo è che la musica possa influenzare l’organismo modificando lo stato emotivo, fisico e mentale: tale fenomeno viene denominato ‘effetto Mozart’.
Uno dei maggiori studiosi del suono dal punto di vista medico, Alfred Tomatis, dichiara che "Mozart è un’ottima madre, provoca il maggior effetto curativo sul corpo umano".
Lo ‘effetto Mozart’ riesce ad agire essenzialmente come tecnica psicologica nella modificazione di problemi emotivi e può modificare le varie patologie di cui è affetto l’essere umano: è un’eccellente tecnica di comunicazione ma anche un aiuto ad altre tecniche terapeutiche.
Prima di analizzare questo ‘effetto curativo musicale’ bisogna conoscere quali processi psicologici si innescano nella mente musicale, che rapporto sussiste tra musica e linguaggio e quali localizzazioni cerebrali sono specifiche delle abilità musicali.
Specificamente, i problemi psicologici insiti nella comprensione musicale, vanno affrontati in termini di processi cognitivi facendo riferimento all’opera di John A. Sloboda, psicologo sperimentale: egli analizza la componente cognitiva insita nella comprensione e nell’apprezzamento di un fatto musicale.
La sua attenzione è rivolta alle ricerche empiriche: analizza ciò che gli individui riescono a compiere con la musica e non quello che dicono di fare. Viene studiato il comportamento dei musicisti nella vita reale e non il comportamento che si verifica in situazioni artificiose di laboratorio.
La psicologia dei processi cognitivi cerca di offrire un aiuto ai compositori per capire le basi mentali della loro attività: comprendere e spiegare caratteristiche fondamentali delle abilità musicali e dei meccanismi cognitivi insiti in esse.
Il cognitivismo di Sloboda si riferisce ad una modellistica dei processi cognitivi in termini di rappresentazione delle conoscenze; sicuramente tale analisi rappresenta sì, un’introduzione alla psicologia dei processi cognitivi ma, la musica viene ad essere un pretesto per analizzare i processi cognitivi impiegati in tutti i settori in cui l’uomo si trova a contatto con il mondo e, quindi, non solo nell’ambito musicale.
Si comprendono le strutture utilizzate per rappresentare la musica; tale processo di apprendimento è concepito in due fasi: prima fase è quella in cui si verifica l’apprendimento in quanto in minoranza) in cui viene incoraggiata l’aspirazione ad eccellere in una determinata abilità.
Quindi, secondo il Nostro autore, le abilità musicali si costruiscono sulla base di capacità e tendenze innate : troviamo prima un insieme comune di capacità primitive(nella nostra cultura occidentale, sino ai dieci anni di età, il processo dominante è quello dell’acculturazione) poi subentra un bagaglio di esperienze che la cultura fornisce , con la crescita, ai bambini (infatti sono fondamentali, per lo sviluppo delle abilità musicali, sia l’ambiente familiare che quello scolastico).
Più i bambini sono esposti alla musica, prima di iniziare la scuola, e più profondamente uno stadio di codificazione neurale li accompagnerà per tutta la vita.
Successivamente subentra l’ influsso esercitato da un sistema cognitivo generale in trasformazione: la capacità di insegnare ad un bambino ad ascoltare, a prestare attenzione all’inflessione e a contestualizzare suoni e parole è stata trascurata dalla società moderna; solo un ascolto attento e corretto, consente di accedere allo ‘Effetto Mozart’.
SETI è l'acronimo di Search for ExtraTerrestrial Intelligence, ricerca di intelligenza extraterrestre
Pensando a quale possa essere il miglior sistema per riuscire a scoprire se siamo soli nell'universo o no, siamo obbligati a fare alcune considerazioni. Non abbiamo messo ancora piede sul suolo marziano e le sonde spaziali si sono inoltrate solo poco oltre i confini del sistema solare. Ci rendiamo quindi conto che compiere questa ricerca in prima persona o sfruttando delle sonde, come è stato fatto per i pianeti del nostro sistema solare è, per il momento, impossibile. Ciò a causa del fatto che le distanze da coprire per una missione
interstellare sono proibitive, o meglio, non sarebbero attuabili nel breve periodo ed infatti risulta evidente osservando i limiti di ciò che siamo riusciti a costruire fino ad ora. La massima velocità mai raggiunta da un oggetto di fabbrica umana nello spazio, la sonda Voyager I, che attualmente si trova oltre l'orbita di plutone, sta viaggiando a 62.272 km/h. Nonostante questa velocità possa sembrare elevata per i "canoni terrestri" diventa obbrobriosamente lenta nei viaggi interstellari, in quanto per raggiungere la stella più vicina, alla modesta distanza di 4.3 anni luce (circa 40.000 miliardi di kilometri), impiegherebbe più di 70.000 anni. Dunque, se non possiamo andarli a cercare, come possiamo venire a sapere della loro esistenza? Potremmo cercare qualcosa che loro abbiano creato, qualcosa di indiscutibilmente artificiale che sia giunto fino a noi, e questa prova possono essere le onde radio.
I primi a ipotizzare una ricerca di questo tipo furono Giuseppi Cocconi e Philip Morrison, della Cornell University, che nel 1959 pubblicarono un ormai famoso articolo su Nature, all'interno del quale suggerirono agli astronomi di puntare i loro radiotelescopi verso le stelle di classe solare e cercare eventuali segnali provenienti da civiltà ET alla frequenza di 1420 MHz. Questa è la linea di emissione radio dell'idrogeno neutro ed è estremamente importante in radioastronomia in quanto permette di studiare l'estensione ed il moto della nostra galassia. Infatti, negli enormi spazi che esistono fra le stelle non vi è completamente il vuoto, bensì vi sono alcuni atomi di idrogeno. Una civiltà con semplici rudementi di radioastronomia avrebbe già scoperto questa emissione radio e sarebbe quindi già in possesso di ricevitori dedicati all'analisi di questa frequenza. Un'altra qualità che unisce la frequenza dell'idrogeno alle frequenze "vicine", da 1 a 10 GHz, è la presenza di rumore di fondo dell'universo a intensità estremamente bassa. Questo permetterebbe comunicazioni a lunghe distanze, facilmente riconoscibili. Nel caso, dunque, la civiltà ET volesse trasmettere un segnale facilmente riconoscibile ad un'altra potenziale civiltà è molto probabile che userebbe la frequenza a 1420 MHz, che per la sua importanza, sarebbe un segno di riconoscimento universale.
Poco tempo dopo, all'inizio degli anni '60, un giovane Frank Drake decise di andare a lavorare al NRAO a Green Bank. Il suo progetto fu quello di puntare il radiotelescopio verso determinate stelle al fine di scoprire evcentuali segnali di chiara origine artificiale. Le stelle erano solo 2: Tau Ceti e Epsilon
Erinadi. Tramontata la prima, l'antenna veniva puntata verso la seconda. La frequenza scelta da Drake era 1420 MHz, non a causa dell'articolo di Cocconi e Morrison, ma per il semplice fatto che allora al NRAO esistevano già ricevitori per lo studio della linea d'emissione dell'idrogeno e quindi non era costretto a chiedere ulteriori fondi per la costruzione di apparecchi dedicati.
Il progetto era assai modesto e non durò molto: l'analisi veniva fatta solo sui 1420 MHz ed il target erano solo 2 stelle. Si trattava, comunque, dell'inizio vero e proprio della ricerca SETI. Nonostante il breve, ma decisamente pioneristico lavoro di Drake non trovò segnali, la ricerca affascinò molti astronomi nel mondo. Nell'immediato furono gli astronomi russi a portare avanti ricerche simili e furono presto accompagnati da altri astronomi in altre parti del mondo che utilizzarono il tempo libero dei loro radiotelescopi, per puntare nelle direzioni concesse dalla posizione dell'antenna in quel momento. Non si trattava di progetti organizzati sistematicamente: non erano sintonizzati alle frequenze migliori, non utilizzavano i ricevitori adatti e non puntavano nelle zone di cielo più interessanti.
Negli anni '70 la ricerca SETI riscosse un buon interesse all'interno della NASA che cominciò ad esaminare possibili vie per la realizzazione di un proprio progetto. Fu effettuato uno studio molto accurato riguardo alla possibilità di costruire un osservatorio dalle enormi capacità, dedicato unicamente alla ricerca SETI. Tale progetto, conosciuto come il progetto Cyclops, non fu mai realizzato sia per la maestosità dell'impresa, un elevatissimo numero di antenne disposte su di un cerchio dal diametro di 16 kilometri, che per il suo l'unico fine, il SETI. Nonostante il progetto fosse un po' "megalomane", il materiale tecnico contenuto all'interno del report fu di grande aiuto per la realizzazione del futuro progetto SETI della NASA.
Dopo tante polemiche, studi, ore di lavoro e progettazione, il NASA SETI partì nel 1992, il suo budget consisteva di 12 milioni di dollari all'anno, una piccolissima percentuale del budget della NASA. Anche se non aveva nulla a che vedere con le potenzialità del Cyclops, la ricerca fu portata avanti con strumenti incredibilmente all'avanguardia e con le migliori menti americane e straniere. Finalmente era cominciata una ricerca sistematica ed eseguita con i mezzi adeguati, di un segnale ET. La ricezione delle onde radio veniva eseguita attraverso il DSN (Deep Space Network) di Pasadena per una copertura dell'intera volta celeste, mentre sarebbero stati utilizzati i radiotelescopi più potenti del mondo per una simultanea ricerca puntata alle 1000 stelle di classe solare più vicine a noi. Dopo solo un anno, il congresso americano tagliò tutti i fondi per continuare la ricerca. I dollari per le attrezzature d'avanguardia erano ormai stati spesi e solo il 0.1% delle analisi previste erano state eseguite. La ricerca per dare risposta ad una delle domande fondamentali dell'uomo, ovvero, "siamo soli?" era stata bloccata da politici alla ricerca di una facile pubblicità.
Risulta chiaro da questo veloce resoconto storico, che non si può certo accusare il SETI di non aver trovato niente dopo 40 anni di ricerca, poichè progetti con buone possibilità di successo sono nati solo recentemente.
Ippolito Forni
Fonte: www.astrofili.org/
La musica del Tibet
La musica tibetana religiosa e rituale, con i suoi strumenti particolari, è un potente mezzo per entrare in rapporto con le energie presenti in natura e rappresenta uno dei più efficaci sostegni alla meditazione.
Per il buddismo tibetano la musica e il canto sono elementi essenziali della religiosità e gli strumenti musicali, come oggetti magici carichi di valore simbolico, prendono voce durante le cerimonie monastiche accompagnando i momenti dedicati alla meditazione. Ci sono strumenti a percussione come il grande tamburo da preghiera suonato durante le cerimonie, strumenti che producono tintinnii o scampanellate, strumenti a fiato e strumenti da pizzicare.
Nei monasteri le orchestre arrivano a essere composte da più di tredici elementi differenti. Sono campane, tamburi a doppia faccia e conchiglie ad intervenire nelle cerimonie monastiche, mentre cimbali e fiati sono riservati ad occasioni rituali particolari.
I cimbali più piccoli sono suonati nei riti dedicati alle divinità pacifiche, quelli i più grandi, suonati orizzontalmente e accompagnati dal canto, sono invece riservati a rituali che hanno il fine di placare le divinità infuriate.
Le sonorità dei cimbali cambiano al variare della lega metallica di cui sono fatti. Dimensioni e materiali di fabbricazione influiscono anche sul suono delle campane tibetane, che riproducono la conformazione della calotta cranica e vengono utilizzate per accompagnare la meditazione.
Le conchiglie marine che hanno generalmente l'imboccatura decorata in argento, con il loro suono rammentano l'adempimento di doveri quotidiani. All'occorrenza, le si suona per avvisare l'intera comunità dell'avvicinarsi di una tempesta.
Il radong è un lungo corno telescopico sorretto da più persone. A una di loro spetta il compito di soffiarvi dentro, dando così il via alle cerimonie.
La kangling è una trombetta rituale ricavata tradizionalmente da un femore umano o da un osso di animale finemente decorati. Dung chen è invece una lunga tromba in ottone suonata in coppia.
Graziella Ceruti
Centro Rabten Ghe Pel Ling
Metodo Bates: Allenare gli occhi leggendo in piccolo
Per mantenere e recuperare la vista in modo naturale è utile allenare gli occhi ai piccoli dettagli, leggendo per dieci minuti al giorno libri scritti a caratteri piccoli.
Facile da verificare per chiunque soffra di miopia: la lettura di caratteri piccolissimi, se fatta senza occhiali e al punto prossimo (10 o 15 centimetri dal naso o anche meno), ha la strana peculiarità di indurre una condizione di minore sforzo favorendo il rilassamento dei centri visivi della mente. Se la pratica è continuata per dieci minuti o più questo stato di migliorata visione si trasmette, entro certi limiti, immediatamente anche alla visione da lontano.
Contrariamente a quanto si crede da sempre, la lettura di caratteri minuscoli, se fatta senza sforzo, ha effetti molto benefici sulla visione in generale, e questa scoperta è uno dei più grandi contributi dati dall'oftalmologo americano William H. Bates.
Purtroppo i libri comunemente in commercio sono scritti in caratteri forse un pò troppo grossi, tali da indurre l'occhio a leggere intere righe alla volta senza muoversi, anziché a cogliere le singole lettere rapidamente spostandosi "al volo" tra gli spazi bianchi. Leggere un intero volume in caratteri minuscoli è un'ottima occasione per fare buona pratica in maniera divertente.
Dopo un primo periodo di adattamento alla "sorpresa" di dover leggere così da vicino, in genere subentra una migliorata capacità di comprensione che invoglia ulteriormente alla lettura. Ci si accorge presto che un libro di centinaia di pagine si legge in pochissime ore, contrariamente a quanto accade con i libri stampati in caratteri grandi, che per quanto possano essere avvincenti producono sempre fastidio e noia dopo poche pagine.
Giovanni Gatti